Che solo a dirlo c'è da farsi male
Imparerò a pronunciare quella parola senza paura, solo per te.
Mi passerà sulle labbra come un polpastrello ruvido, che tira appena quel punto in cui il filtro di una sigaretta si è attaccato portandosi via un solo millimetro di pelle di cui però si sente la mancanza.
E' una parola che non mi ricorderà un cielo pesante di nuvole quando hai bisogno con tutto te stesso di asciugarti al sole come uno straccio strizzato male.
Saprò dimenticare il tremolìo tra le ciglia, l'acquosa agitazione della perdita; lo smarrimento del panico che stringe la gola, le vertigini sudate, quel mostro che cento volte ha bussato alla mia porta, e cento volte ha detto arrivederci.
Darò un senso diverso alle singole lettere. Il dolore in pezzi piccoli pesa meno; giochiamo a Scarabeo, così quella parola se ne va. E diventa altro.
Anzi, no, voglio fare un'altra cosa.
Ora io ci provo.
Prendo quella parola e la riempio di cose belle.
Ne sono capace, lo sai?
T come Ti voglio bene. Ma anche Tango.
U come Uomo. Che è una parola bellissima, alla fine. Nel senso maschio del termine.
M come Musica. Ma prima di tutto come Mi manchi. Mi manchi. Mi manchi.
O come Otranto (scusa, riflesso incondizionato. Il tic della stronzata scatta sempre)
R come Resta ancora un po'. C'è una bottiglia di Chianti da finire.
E come E adesso via. Mento in alto. Palle ferme. Eccomi, amico. Sono pronta a darti tutta la forza che ho.
Al cervello, porca troia.
Che in effetti, dopo il cuore e il cazzo, è l'organo che usi di più.
L'americana

